Nuove tecnologie per la valorizzazione e gestione del Patrimonio culturale mediterraneo

Paestum, 8 novembre 2002

Intervento del Presidente della Delegazione italiana e Vice Presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, nonché membro dell’Accademia del Mediterraneo e Maison de la Méditerranée

Claudio Azzolini

 

Ho aderito con grande piacere a questa importante iniziativa sulle nuove tecnologie per la valorizzazione e la gestione del Patrimonio culturale mediterraneo che si inquadra nel vasto programma di attività scientifiche e culturali promosse dal Centro universitario europeo per i Beni Culturali.

L’agenda dei lavori parlamentari mi impedisce di partecipare di persona a questo Forum: con questo breve contributo intendo nondimeno dare testimonianza delle consapevolezze che ho maturato, in questi anni di mandato parlamentare – sia in sede nazionale che nell’Assemblea del Consiglio d’Europa - sui temi della tutela del patrimonio culturale del nostro Paese, concentrando il mio impegno nella definizione di strumenti legislativi “mirati” ed efficaci e nella valorizzazione dell’identità culturale europea.

E’ mia convinzione che il grande patrimonio culturale italiano rappresenti uno dei più potenti fattori costitutivi della nostra identità nazionale che se ha tardato, fino all’Ottocento, a trovare una propria coesione politico-istituzionale, è stata tuttavia tra le prime a caratterizzarsi nel panorama europeo, valendoci quel “Primato” culturale e civile che fu tra i miti unificanti del nostro Risorgimento.

Un patrimonio che ancora oggi, soprattutto nel Mezzogiorno, deve trovare adeguati ed efficaci strumenti di valorizzazione, rispettosi del tessuto sociale ed ambientale in cui esso si colloca.

Penso, a tale riguardo, alle stimolanti opportunità offerte da una domanda turistica sempre più articolata, alla ricerca di itinerari storici, artistici ed anche gastronomici di particolare pregio: il nostro Sud, come già testimonia la lunga tradizione dei grands tours del Sette-Ottocento, può costituire la meta privilegiata per questo turismo di qualità, a condizione che sappia pienamente avvalersi della straordinaria ricchezza rappresentata dal proprio “capitale umano”, in termini di strutture di accoglienza, lavorazioni artigianali, produzione di specialità enologiche ed alimentari, etc.

Ritengo che iniziative di alta qualificazione professionale come il Master in nuove tecnologie per la valorizzazione e la gestione del Patrimonio culturale mediterraneo promosso da questo Centro universitario in collaborazione con il Ministero degli affari esteri, vadano nella direzione giusta, poiché mirano a formare personale dotato di elevate expertises professionali quali quelle richieste dalle nuove tecnologie telematiche dell’informazione e della comunicazione.

Considero inoltre che tali nuovi percorsi formativi rappresentino inedite ed efficaci forme di collaborazione tra pubblico e privato, volte alla creazione di una nuova imprenditorialità in cui si coniughino gli animal spirits della libera impresa e la passione civile per le proprie tradizioni culturali. Non credo che si tratti soltanto di un peculiare modello formativo, mutuato dalle più avanzate esperienze internazionali, ma penso piuttosto che in esso si ripropongano, in forme debitamente aggiornate, gli ideali di quella sintesi umanistica che costituisce il tratto caratterizzante della cultura civile del Mezzogiorno.

Una matura consapevolezza del proprio patrimonio culturale costituisce sicuramente la migliore risposta ai processi di sradicamento e di “genocidio” culturale che possono essere indotti da una società globalizzata che sembra incarnare sempre più un presente ferocemente smemorato.

Si tratta di una sfida complessa che richiede un impegno assoluto e continuativo da parte delle Istituzioni ma anche dell’opinione pubblica e che non può essere giocata soltanto sullo scenario nazionale.

Nell’ambito della collaborazione tra i Paesi euromediterranei, si va diffondendo sempre più la comune consapevolezza che i progetti di tutela delle risorse storiche e naturali non possano più ridursi ad una mera “preservazione antiquaria” di quei beni, ma debbano essere valorizzati secondo modelli compatibili con l’ambiente e nel rispetto della diversità. Sono questi i princìpi recentemente affermati nella dichiarazione finale del IV Forum parlamentare euromediterraneo svoltosi a Bari il 17 e 18 giugno scorso.

Sul versante della cooperazione europea, spetta al Consiglio d’Europa il merito di aver posto fin dal 1975 al centro delle proprie attività istituzionali le problematiche connesse alla tutela del patrimonio storico ed ambientale. In particolare, l’Assemblea parlamentare del CdE segue con la dovuta attenzione le diverse iniziative, promosse sia livello internazionale che di singoli Stati, per la salvaguardia dell’identità culturale europea, attraverso un’apposita Commissione per le questioni della Cultura, della Scienza e dell’Istruzione.

Le strutture intergovernative del Consiglio d’Europa sono peraltro promotrici di numerose strategie d’intervento che si articolano lungo le tre grandi linee direttive della direttive della cooperazione e dell’assistenza tecnica di settore, della digitalizzazione dei Beni Culturali e della formazione di personale professionale qualificato, in un contesto giuridico delineato da alcuni importanti accordi internazionali, quali la Convenzione culturale europea (Parigi, 1954) e la Convenzione europea per la protezione del patrimonio architettonico (Granada, 1985).

Con riferimento ai programmi di qualificazione professionale, vale la pena di ricordare che il CdE ha sviluppato una serie di iniziative di cooperazione, tra le quali il Certificat Européen en Administration de Projets Culturels ed una ricognizione dei diversi Centri di formazione europea.

Nel 1999, assieme all’Unione europea, l’Organizzazione di Strasburgo ha altresì promosso la Rete europea del Patrimonio (HEREIN) che si è strutturata come sistema permanente d’informazione in cui trovano coordinamento le strutture amministrative nazionali preposte alla tutela dei Beni Culturali e sta diventando progressivamente un autorevole punto di riferimento, a livello europeo, per gli amministratori, i professionisti, gli studiosi e le Organizzazione non governative del settore.

Vi è dunque una significativa convergenza tra le finalità ed i progetti attuati nell’ambito della cooperazione paneuropea e da centri di ricerca nazionali come l’Istituzione universitaria di Ravello, a testimonianza di una comune visione ideale e di un condiviso modello di sviluppo economico e sociale basato sulla valorizzazione del patrimonio culturale.

E’ mio auspicio che il Centro universitario europeo per i Beni Culturali, nel quadro delle proprie relazioni istituzionali, possa sviluppare utili forme di collaborazione con le Istituzioni europee, qualificando ancor più la sua presenza e la sua azione nello scenario della cooperazione culturale europea.